martedì 11 settembre 2012

Hypothetical Story.

Finito.
O meglio, avevo appena deciso che fosse così.
Fissai il monitor del mio computer, mia unica compagnia nelle ultime due ore e mezza.
Sono sveglia dalle 4 e mezza di stamattina, per gentile cortesia di quello stronzo del mio capo.
La suoneria del mio cellulare si è guadagnata subito la medaglia d'oro come suono più sgradevole che avessi mai sentito in tutta la mia vita quando mi ha svegliata di soprassalto.
Un'urgenza aveva detto.
Chissà perché le "urgenze" di questo genere si vengono a creare sempre nel tuo giorno libero, in cui speri di passare più tempo con la tua famiglia.
Ero talmente stonata che capì chi fosse il mio interlocutore dopo due minuti buoni di conversazione, di cui non ricordavo assolutamente nulla.
"in ufficio tra mezz'ora" era l'unico concetto registrato nella mia mente, e così è stato.
Pronta a tempo di record, un saluto carico di affetto a Lucy e Emma, le mie due piccole, nella speranza che quell'affetto rimanesse con loro per tutta la notte e per la giornata che avremmo dovuto passare insieme, ed ero già in strada, direzione WTC1.
Fortunatamente non abitavo molto distante ma per distrarmi dal pensiero di ciò che mi aspettava decisi di telefonare alla baby-sitter e lasciarle un messaggio in segreteria in cui la pregavo di prendersi cura il prima possibile delle mie bambine, dato l'improvviso impegno che era sorto.
Non era una novità per me, né per lei.
Avrei dovuto pagarle un extra, e non era una novità neanche questa.
Arrivata alla base dell'edificio non trovai il capo ad attendermi, pensai che fosse salito in ufficio e decisi di illudermi che non mi avesse preso per il culo per l'ennesima volta.
Ovviamente non era così.
L'ufficio era deserto, come era normale che fosse a quell'ora.
Raggiunsi la mia scrivania e non mi sorpresi minimamente nel trovare una cartellina con un biglietto sopra.
Jane sono Nick. Perdonami per non averti consegnato questa pratica di persona, ma sono nei casini e sono dovuto scappare
Che tradotto voleva semplicemente dire "mi sono svegliato solo per farti quella chiamata e ho fatto recapitare questa cartellina da qualcun'altro perché ho il culo troppo pesante per alzarmi dal letto".
Sospirai.
Ormai ero lì. E mi aveva fregata, per l'ennesima volta.
Iniziai a lavorare.
Erano quasi le 8 quando mi stiracchiai e notai l'orario sul grande orologio sulla parete alla mia destra.
Stavo lavorando a questi documenti da più di due ore ed era il momento di godermi una breve ma meritata pausa.
Mi alzai e andai alla ricerca di una macchinetta per il caffé.
Ero talmente assorta nel mio lavoro che non mi ero nemmeno accorta che l'ufficio si era piano piano popolato. Ormai le scrivanie vuote erano pochissime.
"'giorno Jane" disse una voce alle mie spalle.
"Ciao Ted!" risposi girandomi e sorridendo.
"Sei andato per locali stanotte o ti hanno picchiato prima di arrivare in ufficio?" scherzai notando le occhiaie di un viola intenso sul suo viso e gli occhi gonfi.
"Il piccolo non ne voleva sapere di dormire per più di cinque minuti di fila, un incubo..."
"immagino ci sono passata anche io, che ne dici di un caffé?"
"facciamo 4"
Sorrisi per un istante, e mi resi conto di quanto mi sentivo stanca. Forse il mio aspetto non doveva essere tanto migliore del suo.
Raggiungemmo la macchinetta e c'era una piccola fila di persone.
"Come sta tua moglie?"
"Bene bene, abbiamo fatto i turni stanotte per cercare di far dormire Christopher ma l'unico risultato ottenuto è stato il rimanere in piedi tutta la notte insieme. Solo che io adesso sono a lavoro e lei invece.."
Non credo che saprò mai dove fosse Natalie quella mattina.
Un boato assordante interruppe il discorso di Ted. E l'edificio iniziò a tremare. Instintivamente pensai ad un terremoto, ma non spiegava il boato.
Sentii attraverso le grida di terrore qualcuno che diceva che un aereo si era schiantato con la torre. Non riuscivo a crederci.
Ted mi afferrò per un braccio, interrompendo la mia riflessione durata solo qualche istante, e mi trascinò verso gli ascensori.
C'era una calca pazzesca e l'ambiente iniziava a riempirsi di fumo.
Decidemmo di provare per le scale.
Anche lì sembrava essersi radunato tutto l'ufficio, e il fumo non faceva vedere niente.
Ci mettemmo a terra per cercare di respirare.
La temperatura era aumentata parecchio e il fumo aveva ormai riempito tutto l'ufficio.
La torre continuava a tremare e computer e lampade che cadevano, persone che correvano e gridavano, pezzi di soffitto che cedevano. Raggiunsi strisciando le finestre, ormai prive di vetrate, e tornai a respirare.
Mi guardai intorno e non c'era più traccia di Ted. Continuai a cercarlo con lo sguardo ma gli occhi mi bruciavano e il fumo rendeva impossibile distinguere una persona dall'altra nel trambusto generale.
Dovevo andare a cercarlo.
Ma non riuscivo ad alzarmi da terra. Avevo troppa paura. C'era panico ovunque.
Una persona (non ho avuto il tempo di riconoscerla meglio) mi passò sfrecciando accanto e si lanciò nel vuoto.
Non riuscii neanche a gridare.
Il terrore mi soffocò la voce.
Rimasi a bocca aperta e con gli occhi sbarrati senza emettere alcun suono.
Perché si era buttato? La situazione stava peggiorando? O già dall'impatto il nostro destino era segnato?
Forse le persone sotto il piano dell'impatto avevano qualche speranza...ma noi?
Saremmo morti tutti soffocati? O perché ci siamo lanciati dal novantesimo piano?
Altre figure mi sfrecciarono accanto e saltarono. Alcuni erano come me.
Esterrefatti. Spaventati. Incapaci di fare qualunque movimento.
Un altro boato terrificante sovrastò per un secondo tutte le grida e le disperate richeste di aiuto.
Nonostante fossi ancora sdraiata per terra non riuscivo più a respirare bene, e ormai la vista era un senso totalmente inutile.
Mi trascinai fino alla finestra e una ventata di aria fresca mi accarezzò il viso.
Guardai in basso.
Non avevo mai sofferto di vertigini ma a quella vista provai un brivido lungo tutto il corpo.
Guardai alle mie spalle.
Adesso al fumo si era aggiunto anche il fuoco. E la temperatura era diventata insopportabile.
Tornai a guardare fuori dalla finestra, ma stavolta non in basso, fissai il cielo.
Dopo aver osservato la massa scura di fumo e fiamme alle mie spalle la sua purezza e limpidezza mi aveva catturata.
Sembrava quasi che stesse attirando la mia attenzione di proposito, che mi stesse chiamando.
Senza rendermene conto mi ritrovai in piedi, incredibilmente vicina a quella che fino a qualche tempo prima era una vetrata dalla veduta mozzafiato.
Mi girai un ultima volta.
L'inferno era alle mie spalle, il paradiso di fronte a me.
Saltai.
Di colpo le grida, i rumori della struttura, il suono attutito delle sirene dei soccorsi, il fumo, sparirono.
Un brivido percorse il mio corpo in tutta la sua lunghezza ed si faceva sempre più intenso.
Fissai un ultima volta il cielo, questa volta inquinato dalla presenza della torre nella mia visuale.
Chiusi gli occhi.
Pensai che quel giorno non avrei dovuto lavorare.
Pensai che, probabilmente, a quest'ora sarei stata ancora nel mio letto, a casa mia, a dormire.
Pensai al mio capo e ai "documenti urgenti".
Pensai a Ted, e a sua moglie che non so dove sia ora.
Pensai a tutti gli altri intrappolati nella torre.
Pensai a loro.
Le mie figlie.
Lucy ed Emma.
Chiesi scusa a entrambe per essere stata così poco presente nella loro infanzia, e perché non lo sarò affatto nel resto della loro vita.

La caduta sembrava infinita, ma quando arrivò l'ultimo istante della sua durata sperai solo di poter trasmettere in qualche modo tutto l'amore che provavo per loro, e che non ero mai riuscita a dimostrare pienamente.
Per colpa di un lavoro che avrebbe dovuto permetterci di vivere ma che, alla fine, era stato solo una condanna a morte.

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